Tu si nat in Italy

Enzo De Luca e l'attuale momento critico del PD con la difesa del buon governo del Presidente della Regione

Riceviamo e pubblichiamo dall'ex senatore Enzo De Luca, il seguente comunicato riguardante lo stato del Partito Democratico:

Un’ondata popolare formata da oltre tre milioni e mezzo di uomini e di donne si ritrovò ai gazebo aperti in centinaia di piazze e migliaia di strade italiane nel cuore dell’estate, quasi diciotto anni fa, per fondare un partito. Abbracciarono, condivisero e fecero propria la proposta fatta loro da un gruppo dirigente politico coraggioso, che seppe mettere da parte i vessilli di formazioni storiche, rinunciando a simboli pur gloriosi, per dare vita a qualcosa di più grande: il Partito Democratico.

A meno di un ventennio da quelle elezioni primarie costituenti, con cui laici e cattolici, tanti riformisti, progressisti ed ecologisti, scelsero di costruire tutti insieme, sotto il Tricolore della Repubblica, un soggetto politico in grado di rendere compiuta la visione dei Padri Costituenti, quella di un’Italia popolare motore di una Europa finalmente unita nella solidarietà, nello sviluppo economico, nell’autonomia politica.

Si mobilitarono le migliori energie del Paese per partecipare a quella che probabilmente è stata la più imponente festa di democrazia in Italia dalla Caduta del Muro di Berlino a oggi. Furono l’entusiasmo e la decisione dei cittadini a scrivere la Svolta del Centro Sinistra, evoluzione di quello nato sotto la spinta di Aldo Moro fin dagli anni ’60 del XX secolo.

Il consenso attivo delle persone ha consentito di scrivere un progetto di rinnovamento per il superamento della crisi in cui stava già scivolando la democrazia rappresentativa italiana, conclamata a partire dagli anni ’90.

Il Popolo del Centro Sinistra, ma anche tanti che solo allora hanno trovato le ragioni per avvicinarsi alle forze riformiste, hanno sottoscritto quel disegno, continuo e coerente con la visione che ha spinto la ricostruzione dell’Italia dalle macerie lasciate dal fascismo.

In questo modo, quel Popolo ha fondato il Partito Democratico, vincolandolo con un voto spontaneo e responsabile ad un principio che indissolubilmente si lega ad un metodo, sintetizzati in maniera esemplare dall’articolo 49 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Poche pregnanti parole, che nel 2007 come nel 1948, ma mai come oggi, rappresentano l’imperativo morale di una Repubblica Parlamentare quale è la
nostra. Declinandole, possiamo dire che allora milioni di cittadini hanno esercitato il diritto di associarsi liberamente in un partito per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Date le premesse, il Partito Democratico non può essere che questo, pertanto.
Ma oggi cos’è?

Il PD è ancora una forza aperta alla partecipazione popolare? Che ruolo hanno avuto in questi ultimi due anni gli iscritti? E i simpatizzanti, i militanti, gli elettori quanto incidono in un soggetto affidato sui territori provinciali e regionali a commissari molto spesso avulsi dai contesti chiamati a rappresentare? Dove sono i congressi, quando si discute un ordine del giorno che riguarda la vita di intere comunità? E dove?

Tanti interrogativi, che riportano alla vera domanda: in pochi mesi è stato snaturato il progetto, fino a rovesciarlo nel modello politico opposto? Una piramide stretta autoreferenziale al posto di gruppi dirigenti eletti dai
congressi, questo è diventato il PD? Non può ridursi a forma ciò che è la sostanza stessa del partito, il metodo
democratico.

Riprendendo le parole pronunciate dal Presidente Sergio Mattarella nel 2016, commemorando nel centenario della nascita Aldo Moro, se «lo Stato va orientato al continuo rafforzamento delle basi della democrazia e di un ordine internazionale ispirato alla distensione e al superamento degli squilibri esistenti» – spiega Mattarella compendiando Moro -, «il valore dell’unità popolare, raggiunta con la Resistenza e consolidata con la Costituzione» è «la premessa di ogni percorso di rinnovamento sociale e istituzionale».

Se c’è uno snaturamento in atto, come questi fatti sembrano confermare, è arrivato il momento di dirlo, affrontare il problema democraticamente e recuperare le ragioni di un progetto originario di cui è in primo luogo il Paese ad avere bisogno.

Deriva da qui la preoccupazione che personalmente, con tanti altri ad Avellino e in Irpinia, in Campania e nel Paese, nutro e nutriamo per le sorti dell’attuale Partito Democratico, a diciotto anni dalla fondazione. Forse non è troppo tardi per salvare la missione del nostro Partito in Italia. Dal 2007 molto è cambiato sulla scena nazionale e internazionale, certo, ma immutata è rimasta la domanda di partecipazione che viene dalle città, dalle
zone rurali e costiere, dalle famiglie e dalle imprese.

È una domanda ignorata da tutta la politica odierna. Lo dimostra un fortissimo astensionismo che ha raggiunto livelli quasi incompatibili con la tenuta del sistema democratico, in particolare nell’ultimo quinquennio. Ma se a Destra si tenta di nascondere la polvere sotto il tappeto, con la proposta incardinata in questi giorni di abbassare al 40% il quorum per l’elezione al primo turno dei sindaci, il Partito Democratico non ha saputo fronteggiare un
pericolo che conosceva da molto tempo.

Il rischio di un drammatico distacco dei cittadini dalle istituzioni è un virus (allora dormiente, oggi evidente) che la Democrazia Cristiana con Aldo Moro isolò nella società italiana fin dagli albori della Guerra Fredda, dopo aver
lavorato per prevenirlo già nella Costituente Repubblicana di cui l’ex Presidente della Dc è stato tra i maggiori protagonisti.

Come i cattolici e i laici riformisti chiedono a gran voce, la politica deve tornare tra la gente. Bisogna riaprire le porte e le finestre del Partito Democratico ai cittadini veri, non a numeri astratti calcolati dai computer, iniziando da un atto di umiltà.
Serve un cambio di rotta, a valle di un’assunzione di responsabilità. Occorre trovare il coraggio di ammettere gli errori commessi, ciascuno per la propria funzione.

Principalmente, è d’obbligo per chi ha fatto deragliare il partito dai binari su cui lo aveva fatto partire il suo Popolo, una pubblica opinione che ora è stata abbandonata fuori dalla sede dei circoli, privata del diritto di eleggere i propri organismi dirigenti locali e regionali, lasciata in solitudine con i gravi problemi sociali ed economici che oggi gravano su famiglie e imprese.

Dal cuore delle aree interne della Campania, in quella provincia di Avellino che, con dirigenti politici del livello di Ciriaco De Mita, si è misurata al fianco di Aldo Moro sul terreno delle riforme istituzionali, si osserva un partito in agonia, espropriato ai suoi iscritti, che non possono eleggere il segretario provinciale ad
Avellino e a Caserta. C’è un problema di rispetto delle regole, come ha dimostrato uno dei ricorsi
prodotti ad Avellino contro il tesseramento dell’Irpinia, totalmente ignorato dalla struttura commissariale e dalla segreteria nazionale, alle quali si è chiesto vanamente di ripristinare il dettato statutario.

Ancora più grave la situazione in Campania. Non solo è stato impedito un congresso unitario a pochi giorni dall’assise già convocata, due anni fa, sospendendo sine die un processo democratico per la revisione di un tesseramento che nemmeno il commissario inviato da Roma è stato in grado di rendere regolare dal 2023 a Caserta.

Peggio, il PD non ha difeso adeguatamente, convintamente e doverosamente il buon governo realizzato dal Presidente della Regione Vincenzo De Luca, capace di rilanciare, con il supporto del Vice Presidente Fulvio Bonavitacola, una Campania che al momento della sua elezione aveva trovato commissariata e indebitata su tutti gli asset principali, dalla sanità ai trasporti, dalle acque fino ai rifiuti.

Un doppio errore quello del PD, perché si è colpito pubblicamente con il presidente De Luca quel disegno riformatore, schierato coraggiosamente con rigore e trasparenza a difesa della legalità in un territorio per la sua storia recente tra i più complessi d’Europa.

Il vuoto politico colmato dall’iniziativa di De Luca e Bonavitacola sull’autonomia differenziata, per esempio, sulla scuola e la sanità pubblica, sui servizi pubblici locali e l’economia circolare, sono un patrimonio di tutto il Centro Sinistra che va valorizzato con orgoglio oggi e domani. Democrazia, legalità e diritti reclamano i cittadini e gli elettori, in accordo e sintonia con i capisaldi del progetto originario del Partito Democratico, al quale occorre ritornare subito.

L’indebolimento del sistema democratico è prossimo al punto di non ritorno. Se la politica non agirà in fretta per dare risposte immediate, non sarà solo il PD a pagare il prezzo, in un’Europa che solo adesso si appresta ad allestire il cantiere della sua unità politica.